Storie imprecise

Quando ho deciso di iniziare il progetto di DOTZ ho pensato che forse sarebbe stato meglio fare delle interviste alle persone di cui volevo parlare. Questo avrebbe comportato preparare delle domande, prendere nota delle risposte, magari addirittura registrarle per chiosare il testo con frasi virgolettate che riportino fedelmente le parole dell'intervistato. Come se questo potesse conferire maggiore veridicità al racconto. 

Ma no.

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Non credo siano le virgolette a rendere le storie più vere. A me piace raccontare, alla vecchia maniera. Come le storie che mi raccontava mia nonna, che si passavano di voce in voce, e ogni volta qualche dettaglio cambiava, ma la sostanza, quella che contava davvero, restava la stessa. 

Con le persone mi piace parlare, sentire che cosa hanno da raccontarmi, che cosa scelgono di dirmi, senza fare troppe domande che li costringano a pensare ad una risposta intelligente. Magari anche raccontare qualcosa di me. Perché se mi lasciano un pezzettino di loro, penso sia bello che il dono sia reciproco. 

Lascio che le parole si sedimentino un po'. Poi scrivo. Ma a distanza di giorni. O di settimane. 

Che cosa scrivo? Quello che ricordo, quello che mi ha colpito, quello che ho visto. Questo viene con un piccolo prezzo da pagare: le storie saranno imprecise, ci potrbbero essere errori, magari qualcosa addirittura potrei averla inventata, ma senza volerlo, perché sono sicura di averla sentita. 

In fondo, pensateci...quando parlate con Qualcuno, vi risulta che Qualcuno tiri fuori il taccuino per annotarsi quello che dite? 

Le persone ricordano solo ciò che vale la pena ricordare. E quel ricordo dura molto più a lungo di un botta e risposta incravattatoLe interviste le lasciamo alle riviste serie. 

Qui facciamo un'altra cosa. 

Alessia Scognamiglio